mercoledì 11 luglio 2012

Black Orchid di Neil Gaiman e Dave McKean (recensione)


Black Orchid è una miniserie di tre numeri di Neil Gaiman e Dave McKean pubblicata da DC Comics nel 1988. In quest'opera i due autori inglesi, che si erano già fatti notare grazie al volume a fumetti Violent Cases realizzato per il mercato britannico, tentano di rivitalizzare un'oscura e poco fortunata supereroina creata da Sheldon Mayer e Tony DeZuniga nel 1973 sulle pagine di Adventure Comics.
Il modello di Gaiman è lo Swamp Thing di Alan Moore. Lo scrittore inglese, come già aveva fatto il suo collega e conterraneo pochi anni prima, vuole appropriarsi di un personaggio minore e marginale della DC Comics per stravolgerlo e darne una versione "adulta" e moderna. L'operazione però fallisce.


Black Orchid è strutturato su tre livelli: il supereroismo, il noir e il viaggio di scoperta.
Nella seconda metà degli anni Ottanta la linea Vertigo non esisteva ancora (sarebbe nata nel 1993), ed anche i fumetti sperimentali della DC Comics, come Swamp Thing, Animal Man, Black Orchid e Sandman, erano collegati all'universo supereroistico dell'editore newyorkese. Inoltre la Black Orchid del 1973 era una supereroina, seppure le sue avventure fossero ambientate in un Mondo nel quale non esistevano altri personaggi con superpoteri. Questa doppia radice nel genere ha spinto Gaiman ad inserire pesantemente la sua opera nel filone supereroistico: Lex Luthor ha un ruolo importante, e nel secondo capitolo dell'opera, ambientato a Gotham City e nell'Arkham Asylum, compaiono Batman e supercriminali come il Joker e Due Facce. Suppongo che Gaiman volesse dare una versione fresca e originale di questi personaggi e dell'Arkham Asylum, ma le sue versioni non hanno un impatto particolare. Si segnala solo Lex Luthor perché è modellato (anche fisicamente) sul Kingpin milleriano. Il lato supereroistico di Black Orchid è senza infamia e senza lode: non è gestito male ma non è nemmeno un punto di eccellenza.



Quello che davvero non funziona nell'opera è il viaggio di scoperta. Gaiman fallisce l'approfondimento psicologico del personaggio principale e non riesce a dare al viaggio (che dura due terzi dell'opera) una valenza di approfondimento interiore. Più che a un viaggio di scoperta si assiste a una materialissima e banale ricerca delle proprie origini biologiche da parte della protagonista.
Le 96 pagine (due terzi dell'opera, cioè i capitoli 2 e 3) dedicate a un "viaggio (materiale) che non è un viaggio (di scoperta)" finiscono con il pesare sul lato noir dell'opera. Il primo capitolo iniziava infatti in modo interessante, con l'omicidio della protagonista e un originale ritorno in vita di Black Orchid. Questo inizio fulminante avrebbe potuto essere il cuore di un fumetto breve incentrato sul noir. Purtroppo il lato noir viene diluito in una trama più ampia che è priva di fascino, e finisce con il ridursi a un piccolo barlume perso in un'opera poco ispirata.


La piccola scheggia noir nel primo capitolo e i disegni di Dave McKean sono gli unici punti di forza di un'opera minore, interessante al massimo perché è il primo passo concettuale di Gaiman verso la creazione di Sandman. Dato che Black Orchid è stata possibile perché Alan Moore ha aperto la strada con il suo Swamp Thing, e che Black Orchid è un tentativo andato a vuoto che di lì a poco sarà seguito da Sandman, risulta evidente anche in questo settore del fumetto anglosassone l'influenza esercitata dallo scrittore di Northampton.

Vanno segnalate anche la splendida grafica di copertina della miniserie (seconda immagine dall'alto) e la copertina e grafica di copertina della riproposizione in volume brossurato nel 1991 (immagine in cima; confrontando le tavole interne e la copertina e grafica di copertina salta all'occhio l'evoluzione estetica e materica di Dave McKean). La copertina del recente volume cartonato è meno affascinante (clicca qua per guardarla).

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